Intervista con l'ambasciatore ceco in Vaticano Václav Kolaja nella stampa italiana

Negli anni della Cortina di Ferro, la Repubblica Ceca si guadagnò il titolo di uno dei regimi anti cattolici più spietati. L’ambasciatore Vaclav Kolaja spiega perché
Pubblicato: 16. 8. 2019 16:00

Foto: Radka Blajdová / ČBK

Trenta anni fa, il regime comunista nell’allora Cecoslovacchia viene smantellato da una settimana di crescenti proteste che porteranno all’emendamento della Costituzione e al primo leader non comunista del Paese dal 1948. È la rivoluzione di Velluto, ed è un evento che può essere paragonato, per la Repubblica Ceca, alla caduta del Muro di Berlino.

Per questo, al Conferenza Episcopale Ceca ha annunciato in quell’occasione il Pellegrinaggio Nazionale Ceco a Roma dall’11 al 13 novembre, cui parteciperanno 2 mila pellegrini attesi dalla Repubblica Ceca con tutti i vescovi cechi e moravi e una delegazione del Parlamento della Repubblica Ceca.

Ma come aveva lavorato la Santa Sede nel periodo comunista? In che modo si erano sviluppate le relazioni? Lo racconta ad ACI Stampa Vaclav Kolaja, ambasciatore della Repubblica Ceca presso la Santa Sede.

Come la Santa Sede riusciva a mantenere dei collegamenti con la Repubblica Ceca durante il periodo della dominazione sovietica? 

Il tentativo dei comunisti dopo la presa del potere in Cecoslovacchia nel febbraio del 1948 fu soprattutto di mettere un cuneo tra la Santa Sede e la Conferenza episcopale locale. I diplomatici apostolici furono all’inizio esclusi dalle trattative sui rapporti tra lo Stato e la Chiesa in Cecoslovacchia e successivamente furono espulsi dal paese con la conseguente chiusura della Nunziatura Apostolica in Cecoslovacchia. All’inizio del 1950 il governo comunista ordinò la liquidazione della Missione Diplomatica Cecoslovacca presso la Santa Sede e successivamente rifiutò la proposta della Svizzera nel marzo del 1950 di rappresentare gli interessi della Santa Sede in Cecoslovacchia. In questo modo per più di dieci anni cessò un qualsiasi tipo di contatto ufficiale e non ufficiale tra il governo della Cecoslovacchia e la Santa Sede senza però, un’interruzione formale dei rapporti diplomatici.

Santa Sede e governo non avevano dunque i contatti?

I rappresentanti comunisti in Cecoslovacchia rifiutarono una qualsiasi trattativa con la Santa Sede. Rimanevano come unici partner per dialogare sul futuro della Chiesa cattolica nel paese i vescovi. La Santa Sede permise a loro di tentare una trattativa accompagnando il suo consenso, però, con le istruzioni di come reagire con la massima cautela. La Santa Sede infatti era consapevole del fatto che il governo comunista cercava di rompere l’unità della Conferenza episcopale con un progetto segreto di creare in Cecoslovacchia una “Chiesa nazionale” indipendente dal Vaticano.

Quale era la situazione dei cattolici in Repubblica Ceca?

In seguito agli interventi anticlericali avviati dal regime comunista in tutto il paese nel giugno del 1949 e proseguiti anche negli anni successivi, la Cecoslovacchia ottenne la triste reputazione di essere uno dei più crudeli persecutori della Chiesa cattolica oltre la cortina di ferro. Ai fedeli in Cecoslovacchia fu praticamente proibito di avere contatti con la sede centrale della Chiesa, i quali potevano avvenire soltanto in segreto rappresentando così per loro un grande rischio di essere scoperti. Il contatto degli ecclesiastici e dei fedeli con il Vaticano fu considerato come una collaborazione con la potenza nemica e perciò punito.

Come si comportò, dunque, la Santa Sede?

La Santa Sede cercò ovviamente ogni possibile via d’accesso, tramite la quale si potessero mantenere i contatti con la Chiesa locale in Cecoslovacchia. A questo scopo utilizzò i colli diplomatici e i servizi dei diplomatici occidentali – italiani, francesi e soprattutto austriaci – che grazie alla vicinanza geografica e storica disponevano di buoni contatti e anche nel loro interesse osservarono con attenzione gli avvenimenti nel paese vicino. Le informazioni sulla situazione in Cecoslovacchia forniva anche l’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede dopo averle ricevute dall’Ambasciata d’Italia in Cecoslovacchia. Un altro canale d’informazioni fu la linea gesuita tra il Generale dei Gesuiti di Roma e il Provinciale della Compagnia di Gesù locale. Tuttavia la maggior parte delle informazioni sulla Chiesa in Cecoslovacchia arrivava in Vaticano dai sacerdoti cecoslovacchi in esilio.

Quali sono stati i principali obiettivi della diplomazia della Santa Sede durante quegli anni? E come si sono sviluppate le relazioni successivamente? 

Considerando che i materiali negli archivi vaticani risalenti al periodo del pontificato di Pio XII si potranno analizzare soltanto dal mese di marzo 2020, non è per il momento possibile ricostruire esattamente i procedimenti esecutivi nella Curia romana. Tuttavia, anche in mancanza di queste fonti si può affermare che la diplomazia pontificia cercò, nonostante lo spazio di manovre sempre più ristretto, di utilizzare al massimo ogni possibilità per non chiudere la porta alle trattative e per non esporre la Chiesa al rischio dello scontro diretto con il regime comunista prima del necessario oppure prima che fossero pronte le strutture per la sua sopravvivenza.

Quali sono stati i casi di scontro diretto con il regime comunista?

Tipico caso fu quando nel novembre del 1948 arrivarono i tre vescovi cecoslovacchi (Arcivescovo di Praga Beran, amministratore apostolico di Košice Čársky e il Vescovo di Litoměřice Trochta) a Roma in visita “ad limina apostolorum” e gli fu consigliato da papa Pio XII e dal Segretario di Stato cardinal Tardini di protrarre le trattative con il governo e di non creare le occasioni per una celere liquidazione programmata della Chiesa.

Cosa successe dopo i primi anni di realzione con il governo comunista?

Dall’anno 1949 possiamo parlare della fine della prima fase della “Ostpolitik sui generis” vaticana nei confronti della Cecoslovacchia. Da quel momento si intensificarono le posizioni di papa Pio XII in conseguenza della radicalizzazione dei provvedimenti anticattolici nei paesi del blocco sovietico sotto il comando di Mosca. In quel momento fu evidente che non ci si potesse aspettare dal regime comunista in Cecoslovacchia nessun gesto positivo, che non avrebbe voluto mantenere in vita i rapporti diplomatici con il Vaticano e che sarebbe proseguita la persecuzione sistematica del clero e dei fedeli inflessibili, l’espropriazione dei beni della Chiesa, la chiusura degli ordini monastici ecc.

Quale fu la posizione di Pio XII?

Pio XII si sentì il custode della civiltà cristiana occidentale di fronte alla pressione del bolscevismo e alla secolarizzazione marxista. Il comunismo lo considerava un male, con il quale non è possibile scendere a compromessi, è sostanzialmente perverso e contro il quale bisogna lottare con le “armi spirituali” – pregando, testimoniando la fede, con il martirio e la forza della parola. Il Papa cercò contemporaneamente i modi pratici per garantire la sopravvivenza della Chiesa oltre la cortina di ferro ma dopo la chiusura ermetica dei confini cecoslovacchi fu molto complicato. I comunisti furono molto alterati soprattutto dal decreto di scomunica emesso da Pio XII nel giugno del 1949 che scomunicava dalla Chiesa tutti i membri del Partito comunista.

Quali reazioni ci furono al decreto di scomunica?

La sua emissione provocò un’ondata di provvedimenti da parte dei governi comunisti e Pio XII divenne il nemico principale per l’intero blocco dell’Est. Tuttavia ci furono alcuni prudenti tentativi prudenti del Vaticano di riconciliazione negli anni cinquanta, per es. l’espressione di solidarietà e l’offerta di aiuto materiale dopo le alluvioni in Slovacchia meridionale nel 1954 ma respinti grazie al silenzio ostinato del governo comunista in Cecoslovacchia.

Quale fu la linea dei Papi succeduti a Pio XI?

I successori di Pio XII, i papi Giovanni XXIII e Paolo VI arrivarono alla conclusione, visto che i regimi comunisti si verificarono più resistenti e la divisione del continente più duratura del previsto, che un qualsiasi tentativo di cambiamento radicale della situazione provocherebbe un conflitto nucleare e che soltanto il dialogo e la riduzione della tensione potessero garantire la pace mondiale e la sopravvivenza della Chiesa duramente perseguitata oltre la cortina di ferro. I passi compiuti dalla Santa Sede nella ricerca di sostituire il confronto con il comunismo con un dialogo, descritto come “Ostpolitik” sono indissolubilmente collegati al personaggio del rinomato diplomatico vaticano Agostino Casaroli.

In che modo operò Casaroli?

Lui fu il Sottosegretario della Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari dal 1961 e nel 1963 visitò per la prima volta la Cecoslovacchia. In seguito a questa visita il regime fece alcuni passi indietro quando su richiesta personale del papa Paolo VI rilasciò dal carcere i tre vescovi che però non furono messi in libertà ma nell’internamento obbligatorio. Il regime fu anche d’accordo nel riconoscere la funzione di Vescovo a František Tomášek, costretto a vivere fino a quel momento come un semplice sacerdote nella campagna morava, e la sua nomina di amministratore apostolico della Diocesi di Praga. Si riuscì anche a far partire l’Arcivescovo di Praga Beran, per anni carcerato e internato, in esilio romano nel 1965. In generale si può affermare che per colpa dell’ostinazione del regime comunista i risultati della “Ostpolitik” vaticana negli anni sessanta in Cecoslovacchia furono pochi.

Ci fu poi un periodo di interruzione nelle relazioni tra Praga e Santa Sede…

Sì. Successivamente le trattative tra Praga e Vaticano furono interrotte e si rinnovarono soltanto negli anni settanta durante il periodo della cosiddetta “normalizzazione” che arrivò dopo la Primavera di Praga nel 1968. Il tema principale dei colloqui fu la nomina dei vescovi in Cecoslovacchia. La Santa Sede fu costretta, dopo i negoziati triennali, a nominare soltanto quattro dei vescovi, mentre le altre nomine sarebbero spostate e inoltre fu costretta a grandi compromessi nella scelta delle persone, perché i comunisti riuscirono a imporre la nomina dei due membri dell’organizzazione del clero cattolico “Pacem in Terris”. Dall’altra parte fu accordata nella metà degli anni settanta anche la nomina del Cardinal Tomášek come Arcivescovo di Praga. Il gesto compiacente verso il governo cecoslovacco fece poi il papa Paolo VI all’inizio del 1978 pubblicando due bolle – sulla modifica dei confini (armonizzazione dei confini di Stato con i confini delle Diocesi) e sulla fondazione della provincia slovacca.

Nel 1978 fu eletto Giovanni Paolo II. Quali reazioni ci furono in Cecoslovacchia?

Un forte impatto positivo per i fedeli in Cecoslovacchia fu l’elezione di Giovanni Paolo II sulla sede di Pietro. L’incoraggiamento del nuovo papa di non aver paura di far valere i propri diritti oltre la cortina di ferro fu il nocciolo delle “istruzioni” di Giovanni Paolo II ricevute dal Cardinal Tomášek. Anche i comunisti recepirono il nuovo vento che soffiò dal Vaticano durante le successive trattative con la Santa Sede. La reazione dei comunisti fu tale da evitare gli incontri diretti, se non teniamo conto dell’incontro del Ministro degli Affari Esteri cecoslovacco Chňoupek con il papa nel dicembre del 1983 che non portò nessun risultato significativo. Una scossa forte per la politica del clero del regime cecoslovacco rappresentò nel 1982 l’emissione del decreto della Congregazione per il Clero che proibiva ai sacerdoti di far parte dell’Associazione Pacem in Terris. Le trattative negli anni ottanta furono senza via d’uscita perché il governo comunista non volle fare un passo indietro sulla questione principale della nomina dei vescovi, mentre la Santa Sede rifiutò di ritirare i provvedimenti nei confronti dell’Associazione del clero Pacem in Terris.

In che modo si mossero i cattolici in Cecoslovacchia?

Dal 1977 si fa avanti in Cecoslovacchia sempre di più la difesa dei diritti umani e delle libertà. Divenne un campo sul quale si svolse la lotta degli opponenti del regime totalitario con il potere statale della Cecoslovacchia. I cattolici iniziarono a manifestare il proprio disaccordo con la mancanza di libertà agli eventi di carattere religioso. Maggiormente a Velehrad nel 1985 oppure all’assemblea di preghiera a Bratislava nel 1988. Questa lotta per la libertà culminò nel novembre del 1989 quando ebbe luogo il pellegrinaggio a Roma con un imponente numero di pellegrini dalla Cecoslovacchia in occasione della Canonizzazione di Sant’Agnese di Boemia il giorno 12 novembre e in seguito il giorno 17 novembre ebbe inizio la “Rivoluzione di Velluto” che terminò le quattro decadi del governo comunista in Cecoslovacchia.

Come sono oggi i rapporti tra Santa Sede e Repubblica Ceca? E in che modo queste relazioni hanno un impatto oggi? 

I rapporti diplomatici tra la Cecoslovacchia e la Santa Sede sospesi nel 1950 furono attivati nuovamente nell’aprile del 1990 dopo il rinnovo della democrazia e inizialmente sono molto buoni e amichevoli. In questo senso proseguono i rapporti con la Santa Sede anche con la Repubblica Ceca dopo lo scioglimento della Cecoslovacchia e la nascita dei due nuovi Stati – la Repubblica Ceca e la Repubblica Slovacca il giorno 1 gennaio 1993.Le pietre miliari nello sviluppo dei rapporti bilaterali si possono considerare soprattutto le quattro visite papali nella Repubblica Ceca (negli anni 1990, 1995 e 1997 di Giovanni Paolo II e nel 2009 di Benedetto XVI), la canonizzazione di Zdislava di Lemberk e di Giovanni Sarkander nel maggio del 1995, la riabilitazione del Maestro Jan Hus (le scuse di Giovanni Paolo II per la morte del martire Hus e per le crociate contro gli ussiti in Boemia nel 1997) e la dignitosa partecipazione della Repubblica Ceca al Giubileo nel 2000. Il periodo a cavallo tra i millenni nei rapporti ceco-vaticani fu segnato dalla ricerca dell’accordo bilaterale. L’accordo tra la Repubblica Ceca e la Santa Sede sulla regolazione dei rapporti reciproci fu sottoscritta nel mese di luglio del 2002 ma non è stata finora ratificata dalla parte ceca. Questo fatto comunque non rappresenta il problema principale nei rapporti tra la Repubblica Ceca e la Santa Sede, perché entrambe le parti concordano che il fatto più importante della firma e ratifica dell’Accordo è l’implementazione del suo contenuto. In merito di quanto sopra bisogna sottolineare particolarmente l’approvazione della Legge sulla compensazione patrimoniale tra lo Stato e le Chiese entrata in vigore nel 2012.

(Fonte: ACI Stampa)

Autore:
Radka Blajdová

Articoli correlati